61. Esposizione Internazionale d’Arte
Mentre il mondo intero grida, e le voci si sovrappongono fino ad annullare i significati, esiste un solo modo per comunicare, creare una zona d’ascolto sintonizzata su una frequenza minore. Più raccolta, accogliente, umana, e non per questo meno carismatica.
E la stessa Koyo Kouoh, nel portare all’estremo il concetto base della sua mostra, è dunque ancora più presente nell’assenza. Tutto è iniziato sotto una grande pianta di Ficus Benjamina, a Ca’ Giustinian. Quell’albero ha segnato l’inizio di un’amicizia e di un impegno profondo con La Biennale di Venezia, e quell’ombrello verde è stato testimone di un patto sancito col sorriso glorioso di chi sa, vede, immagina, ben oltre i giorni e i mesi.
Quando ho invitato Koyo Kouoh a raggiungermi nella sede della Biennale, ci siamo incontrati accanto a quella straordinaria pianta di ficus. Straordinaria perché oggetto dell’amorevole cura di uno dei miei predecessori, Paolo Baratta, che seppe potarla con sapienza, una cura poi ereditata da Roberto Cicutto. Una pianta che accompagna le fatiche dei presidenti. Koyo in quella occasione mi disse: “Tutto mi sarei aspettata, fuorché essere chiamata a Venezia alla guida della Mostra d’arte contemporanea proprio da lei”. In quel non detto, che poi abbiamo reso esplicito, si depositava un precipitato di pregiudizi, il cui pensiero ci divertiva. Con il suo procedere diretto aggiunse poi: “Tu sei siciliano, dunque africano”. Il sorriso di chi sa, preludio al punto essenziale: il centro. E tra noi si palesò il baffo furbo di Gurdjieff, il richiamo a un centro di gravità permanente. “Cerchiamolo insieme”, concluse. Più tardi pubblicò su Instagram una storia: Venezia e le note di Centro di gravità permanente, di Franco Battiato. Un modo sotterraneo e segreto di intendersi e parlarsi prima che la sua nomina fosse annunciata, mesi dopo.
È la cura che spiega e rivela l’impegno attivo nel mondo, nella sua gettatezza; è la progettualità dell’esserci, nel ritrovarsi in questo mondo attraverso la relazione con gli altri. La cura è stato dunque il tema da cui è iniziato questo viaggio con Koyo. E tuttavia resta quel ficus: evoca la semina, l’albero che si muove, che si incammina. Così la pianta, gli alberi, le foreste: tutti in cammino, come in Alberi sapienti e antiche foreste, libro di Daniele Zorzi, che avevo letto poco prima di incontrarla. C’è un procedere di poeti, e poeticamente abita l’uomo. È albero, radice, seme; è foresta in cammino con Koyo. Insomma, è difficile immaginare una Biennale Arte più dorica di questa. La Mostra di Koyo Kouoh reca con sé i sigilli dell’universale e del futuro. Lei aveva intravisto, sotto quell’albero, l’unica soluzione possibile, la riconnessione alla vita e alla terra. E all’ombra di un altro albero, un grande mango carico di frutti, stavolta in Senegal, a Dakar, nel cortile di RAW Material Company, la scuola da lei fondata, il pensiero ha continuato a dispiegarsi. È lì che si radica il progetto di una vita di studi e ricerche. Il suo lascito. Le pagine di In Minor Keys, che Koyo trasmise alla Biennale quasi un anno fa, rappresentano un saggio fulminante della sua pratica curatoriale, e distillano, parola per parola, l’idea precisa e cristallina della sua idea di mostra. Che nel concetto proprio della semina Koyo ci ha consegnato, e che per il tramite dei suoi insegnamenti il suo Team e La Biennale di Venezia offrono da oggi al mondo. È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo. Un percorso che recupera i rapporti umani, nati nei cortili e nel vicinato urbano. Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto, che una parte di mondo, quello più opulento e sazio, identificato nella parola “Occidente”, da tempo ha perso di vista, smarrito. Giunge quindi dalla dinamo dell’Africa, e da una delle sue voci più importanti il sussurro che ci riconduce all’autentico, che ravvisa nell’uso delle nostre stesse mani la condizione più felice. Una rivelazione che ci riporta a terra, al nostro corpo, ai nostri sensi. All’umiltà verso ciò che è più grande e non va spiegato, solo intuito.
Ci sono i giardini, le piante, i profumi di frutti e fiori. Ci sono i santuari (shrines), in forma di Lari e Penati, da guardare per non perdere la strada maestra, cioè le figure di Issa Samb e di Beverly Buchanan, a cui per logica associazione non si può non accostare, adesso che si è ricongiunta al mondo dell’invisibile e dell’immateriale, la stessa Koyo. E poi le Scuole (Schools), esempio di socialità e primo motore di connessione tra persone. I riti performativi, come le processioni. L’importanza delle sentinelle, dei guardiani, che ci accompagnano, proteggono e guidano nel corso della nostra esistenza, qui in mostra come sirene mitologiche. E ancora il riposo, i ritmi umani, le soste che in questa Biennale Arte saranno parte del percorso, come le pause in musica.
La gioia di un’arte autentica, che tanto somiglia alla vita vera.