“A tutti gli artisti – scrive Latella - è stato proposto di lavorare sul tema della censura, cercando di uscire dall'ovvietà di questa proposta per pensarla come valore “alto” da proporre al pubblico e agli operatori, pensando che i teatranti italiani faticano a entrare in un mercato internazionale e che quindi, in qualche modo, vengono censurati o nascosti, per il solo fatto di essere teatranti italiani”.
Fra le tante declinazioni del tema, ci sono registi e compagnie che hanno trovato impulso in autori dello “scandalo”.
La filosofia nel boudoir del marchese de Sade per Fabio Condemi, già regista di Bestia da stile e Jakob Von Gunten, è una prosecuzione della sua indagine su testi di ‘formazione alla rovescia’ e “su autori con una propensione (o una condanna) a uscire dal mondo e a scomparire, lasciando una traccia di cui non riusciamo a liberarci”. Lolita, da Nabokov, nell’immaginario di Biancofango “è una parola sul vocabolario, una ragazzina che ciascuno di noi ha conosciuto, almeno una volta, nella vita, un mito, un modo di dire, una proibizione, un implicito non esplicabile, un fatto scabroso, un trafiletto nella cronaca nera, un peccato” e tante altre cose ancora. In Eh!Eh!Eh! Raccapriccio, da I fiori del male di Baudelaire, AstorriTintinelli immaginano “uno spettacolo che abbia un'aurea luciferina, ebbra… un luogo che ricordi il più possibile uno spazio sacro, in cui incombe un'atmosfera di mistero e di crepuscolo dove due creature si confrontano, tra raccapriccio e orrore, sulla caducità della vita”. La città morta, considerato il tentativo fallito di Gabriele D’Annunzio di riscrivere la tragedia greca, è messo in scena ora da Leonardo Lidi con “un pensiero sulla censura che il D'Annunzio teatrale ha ricevuto e continua a ricevere, censura che - data l'imprendibilità scenica del testo - sembra quasi suggerito dal poeta stesso”. I rifiuti la città e la morte di Fassbinder, il più clamoroso caso di censura nella Germania degli anni ‘70, scritto nel 1975 e messo in scena sui palcoscenici tedeschi solo 34 anni dopo, è per il regista Giovanni Ortoleva “la storia di una moderna Passione di Cristo... Un testo allo stesso tempo blasfemo e religioso, che mette sulla croce una figura che nel racconto biblico avremmo trovato ai piedi di Cristo”.
In altri casi gli artisti, invitati a confrontarsi con il tema della censura, sono stati sollecitati da personaggi storici o tematiche politiche, sociali, psicologiche che consentono loro di mettere sotto la lente d’ingrandimento la realtà.
George II, scritto da Stefano Fortin e diretto da Alessandro Businaro, affronta la storia e il mondo del Presidente americano visto come “un principe shakespeariano” per interrogarsi sulla “post verità come la nuova frontiera della censura, la sua implacabile e sfuggente tecnica di controllo”. Elia Kazan. Confessione americana, liberamente ispirato alla vita controversa del regista, per il drammaturgo Matteo Luoni e il regista Pablo Solari è “una storia che parla di quel compromesso che una volta nella vita tutti siamo costretti ad affrontare: quella scelta per cui non c’è salvezza. Come fai, perdi. Senza amici e senza armi, Elia si dovrà trovare da solo con la sua vocazione per poter capire veramente chi è, o chi è diventato.” Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli indaga sui processi di “auto inganno censorio” che riguardano il genere femminile su un tema cruciale come la maternità: “Nel costruirlo – dichiara la regista – mi sto nutrendo di Sheila Heti, di Orna Donath e degli incontri con fatti e storie di altre persone, persone che ho cercato ma che, il più delle volte, hanno cercato me”. Dentro (una storia vera, se volete) di Giuliana Musso è un lavoro sull’occultamento della violenza, una storia vera di abuso sui minori: “Un’esperienza difficile da ascoltare. Una madre che scopre la peggiore delle verità. Una figlia che odia la madre. Un padre innocente fino a prova contraria. E una platea di terapeuti, consulenti, educatori, medici, assistenti sociali, avvocati che non vogliono sapere la verità”. The right way, una performance di Daniele Bartolini con la sua compagnia DopoLavoro Teatrale, si focalizza sui contro-effetti del politically correct. “Dopo sette anni di permanenza in Canada – racconta l’autore - tutto questo ha coinvolto anche me, mi trovo perfettamente integrato, adesso anche io mi confronto tutti i giorni con un pensiero che mi suggerisce cosa sia giusto fare e cosa sia lecito pensare, una voce che posso scegliere di ascoltare o meno ma che comunque parla ed esprime dei giudizi. Con Eve #2 Filippo Michelangelo Ceredi dà una risposta artistica alla violenza comunicativa dilagante nei media e nei discorsi politici: “un percorso per rimettere in relazione i frammenti della contemporaneità con la dimensione personale del pubblico e con la possibilità di dare adito a un processo vitale di memoria collettiva”. Automated Teller Machine di Giuseppe Stellato si concentra sul rapporto uomo-macchina, dove la macchina questa volta è un bancomat: “una macchina ad alto potenziale simbolico, che ci costringe a interrogarci sul potere di un elemento tanto concreto quanto astratto, spesso alla base di molte delle controversie della nostra società: il denaro”. La performance Nanaminagura, ideata da Antonio Ianniello, ha per oggetto il mondo delle competizioni dell’air guitar, in cui i vincitori sono maestri nel suonare una chitarra elettrica immaginaria, come la Nanami Nagura del titolo.
Altri titoli del Festival fanno riferimento a un veto, un’interdizione, un impedimento evidenziato nel titolo.
Natura morta di Babilonia Teatri avrebbe dovuto mettere al centro della scena un gruppo di bambini: “In questo periodo noi avremmo dovuto creare uno spettacolo con in scena un gruppo di bambini – dichiarano. Abbiamo deciso di non dare vita allo spettacolo, di non sottostare a regole che di fatto sono totalmente incompatibili col progetto che avevamo in mente. Una volta compiuto questo primo passo, abbiamo deciso di compierne un secondo. Una volta scesi i bambini dal palcoscenico, abbiamo deciso di scendere anche noi, per lasciare il palco completamente vuoto”. Non dire / Non fare / Non baciare sono tre storie raccontate dagli allievi registi, attori e drammaturghi dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” sotto la guida di Francesco Manetti, che assume su di sé il ruolo del censore. “Tre storie, tre esempi, tre simboli di come, ancora, l’espressione di certi pensieri (non dire), la libertà di alcune scelte (non fare), il rapporto con il corpo, soprattutto se femminile (non baciare), siano limitati, subdolamente controllati, indirizzati in ambiti rassicuranti e uniformati”. Untold del collettivo UnterWasser esplora i meccanismi di difesa, gli schermi che gli individui erigono per preservarsi dalla distruzione, dalla disgregazione del proprio ego e dall'incontro con i propri mostri, creati e alimentati da paura e dolore. Bye Bye di Alessio Maria Romano immagina un gruppo di utenti che “muovono e danzano il corpo in un sistema ciclico di azioni, un carillon ossessivo di azioni fisiche in cui l’opzione undo prevista da tutti i Pc, svolge il compito preciso e sottile di tornare indietro, cancellare, eliminare tracce, dettagli per poi, forse, recuperarli. Che cosa rimane dopo il lavoro di undo? Che cosa causa l’azione di undo e com’è interpretato ciò che lascia? Chi decide di usarlo e quando?”.
In alcuni casi il tema censura viene visualizzato in un luogo, un paesaggio, uno spazio fisico: come Pandora del Teatro dei Gordi diretti da Riccardo Pippa, che delimita in un bagno - di una fabbrica, di una stazione della metropolitana, di un aeroporto, di un club, di una stazione di servizio - “uno spazio amorale, di sospensione, anche di grossa violenza e nudità, un luogo comune dell’interiorità dove ampliare lo spettro dell’azione quotidiana oltre i limiti e le censure”; o come Klub Taiga di Industria Indipendente, dove il Klub è un luogo destinato alle controculture e la taiga evoca “l’immagine dell’intoccato, dell’inospitale, dell’indesiderato, come luogo antitetico al sogno tropicale immaginato e fantasticato”; o anche come Glory Wall di Rocco Placidi con la regia di Leonardo Manzan, che analizza tutto quello che c’è dietro a un muro, chiedendosi se “si può provare la vera natura dello spazio dietro al muro, o se si può provare la vera natura di ciò che accade dietro alla quarta parete, se è ancora possibile godere a teatro. La libertà è un muro. E al di là c’è il principio di piacere”.
Apparentemente distanti dall’idea di censura, autori come Anton Cechov, Thomas Mann, Tomasi di Lampedusa e il poco frequentato, per l’Italia, Arne Lygre, sono stati il punto di partenza per alcuni dei registi invitati.
La tragedia è finita, Platonov è una riscrittura di Liv Ferracchiati, che col personaggio cechoviano torna a un amore giovanile di cui ad attrarlo era “l’apparente mancanza di autocensura, nei pensieri, negli impulsi”; Ultima Latet prende le mosse dal luogo di cura della Montagna incantata di Mann in cui l’autore e regista Franco Visioli vede “anche un luogo sconosciuto e per questo temuto, un luogo dove la censura viene esercitata al contrario. Chi è censurato qui è il sano… Il malato diventa protagonista proprio in virtù della malattia che si porta addosso che lo spinge all’introspezione, a domandarsi quale sia il limite percorribile per affrontare, quando dovuto, il momento finale”; ne Le Gattoparde (L’ultima festa prima della fine del mondo) le Nina’s Drag Queens prendono ispirazione dal libro di Tomasi di Lampedusa per rileggere l’immutabilità del potere, che trasportano dall’Italia dell’800 al Paese del boom economico degli anni ’60; Niente di me - uno studio, di uno dei massimi autori scandinavi, Arne Lygre, messo in scena da Jacopo Gassmann, rappresenta forse l’estremo tentativo della letteratura teatrale di andare oltre i confini del non-detto all’interno di un rapporto di coppia; ma non censurare le verità nascoste dell’amore è davvero un atto di libertà?